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13 novembre 2005

SMSsando...

Reazioni (ipotetiche) a caldo:
ma hai vsto ke figata? thx agli sms la cultura evolve infatt dicono ke con sti msg impariam a scrivere mejo! nn abbiamo nulla da xdere..CVD! altro ke strutturalismo o semiotika,nn fa' na cricca ne'a dx ne'a manca! ok...cmq ke fai di bello? noi si va a farci 2 risate alle spalle dei sapientoni? ke ne dici? xfv risp. tvttttb. XY
In conclusione, due piccole osservazioni (traduzione smssistica: X me, due pikkole osservaz.):
1) Non ho nulla da eccepire sul fatto che la televisione possa (non debba, anche se però...) essere uno dei motivi del deterioramento di carattere linguistico (o, semmai, del suo mancato sviluppo). Tuttavia, considerando che -almeno personalmente- fra molti (non tutti) sordi vi sia l'impossibilità di 'far tesoro' del linguaggio televisivo, mi è difficile cogliere l'effettivo collegamento fra quel mezzo di comunicazione di massa e lo sviluppo nella scrittura in una persona (anche non sorda). Oppure, mettendo da parte i sordi, direi che andrebbero considerate anche quelle persone totalmente isolate dall'antenna tv...(...beati loro?)
2) Una principale caratteristica dei sms è la loro necessaria brevità, dettata dal tempo&denaro (soprattutto denaro, porcogiu..beep). Scrivere via sms è sempre un esercizio utile; se non ci fosse questa tecnica, io stessa la inventerei. Utile, ma fino ad un certo punto, però, e ciò dipende solo da noi, beati ignoranti. Prendiamo ad esempio un individuo che non abbia mai avuto a che fare con qualsiasi mezzo di comunicazione -dalla stampa cartacea ad Internet- fuorché, naturalmente, i sms: che cosa farebbe? Oltre ad imparare a scrivere (eserzizio altamente utile), apprenderebbe soprattutto per imitazione: dal punto di vista fonologico, intendendo l'autombobile, sai che si dice 'macchina', ma come lo scriveresti sul cellulare? Certo, questo è un esempio assurdo, ma non fermatevi qui: che cosa scriveresti? Makkina. A chi dovremmo questo...merito? (...)
[Mi si perdoni questa mia piccola esagerazione, mi è scappata...]




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11 novembre 2005

(L') Ornitorinco

Pulcino nero non è (anche se, in confidenza, scava e scava, è tutta colpa sua). Delfino, nemmeno, figuriamoci. Insomma, non c'entra niente con niente e nessuno. E' soltanto un nome. Ogni cosa ha un suo nome, e anche un mammifero monotremo oviparo ha suo nome. Ornitorinco, per l'appunto.

Ornitorinco è, anchealtresìsoprattutto, un modo per irrompere in uno spazio (certo non qualsiasi), lasciato incustodito con una spaventosa decorrenza di 147 giorni. Non chiedetemi il numero delle ore scoperte, sarebbe un calcolo troppo dispendioso e perfettamente inutile. Tanto già quel numero di tre cifre ha già il suo effetto. Anzi, rendiamolo più pirotecnico: queste tre cifre coprono una stagione e mezza. A pensarci bene, in fondufondu, sono solo 5 mesi. Ma che volete che sia.
Bando alle ciance, sono ritornata, anche se non sono mai stata via. Esistenzialmente parlando, scrivendo, intendendo, vivendo.
Ehilà, marmocchi! Come state?




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17 giugno 2005

A tutto brio

Veramente
non so dove sia di casa
il freno
Però
Non me lo domando
Non mi fermo più!


Giusto il tempo per scrivervi queste poche parole; giusto il tempo di farvi sapere che sto bene; giusto il tempo di dare un caloroso benvenuto alla nostra piccola grande città (o viceversa...?); giusto il tempo di dirvi Ciau marmocchi, a presto!





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13 giugno 2005

"Tu, domani, vai a votare?"

Intorno al tavolo di un pub in mezzo alle Langhe, a circa dieci ore dall'apertura dei seggi, dalle chiacchiere fra amici è subentrata una domanda cruciale: "Tu, domani, vai a votare?".
Cruciale perché si è arrivati a parlare del referendum, inizialmente discutendo sulla morale (od etica?) stessa del referendum e poi, via via, confrontandoci su ciascuno dei quattro quesiti proposti.
Cruciale perché da una domanda apparentemente semplice è fuoriuscito un assortimento di risposte. Più che risposte: vere e proprie riflessioni, molti dubbi e anche una richiesta di aiuto (“Chi mi potrà dare la certezza che la mia scelta sia quella giusta?), una richiesta di consiglio ("Dove posso trovare tutte le informazioni necessarie per poter esprimere al meglio la mia scelta?).
Cruciale perché da essa è scaturita una riflessione sul concetto di libertà. Del diritto di voto. Della consapevolezza del diritto stesso. Una di noi ha puntato la bussola su Cuba, un paese in affanno, dove la popolazione lotta per poter avere il diritto di voto. I cubani rischiano di morire per poter esprimere la propria opinione. Si è parlato del privilegio che abbiamo noi, quel privilegio così dannosamente usurpato da molti di noi. (La campagna elettorale iraniana non dice nulla?)
Cruciale perché la domanda così formulata è stata cristallizzata sulle due uniche alternative: votare o non votare. Incuranti del significato insito nella domanda stessa: "Vai a votare?", ci siamo focalizzati sulla legittimità dell'astensione, ovvero del non voto. Astenersi perché sulla 'vita non si vota' o per cercare di far fallire il quorum o perché, di fronte ad una materia così complessa, è praticamente impossibile dare una risposta così drastica, senza considerare tutte le sfumature che  la legge richiama?
Cruciale perché tutti noi abbiamo trovato condivisa la preoccupazione a proposito della non trascurabile percentuale di italiani che non si prende la premura di riflettere su almeno uno dei quattro quesiti. Parlo di quella percentuale che si asterrà o che voterà tanti SI quanti sono i NO, non certo in nome di una scelta consapevole. Si tratta di una ‘condizione’ che fortemente penalizza chi,  come nel mio caso, al contrario, elabora una risposta dopo mesi di riflessione e confronto. Due di noi abbiamo rimembrato le dichiarazioni di una ragazza incontrata in mattinata: "Votare, io? No, grazie, chissenefrega del referendum!". Frase concisa. Molto preoccupante, insomma: non è certo l'unica a pensarla così, fra le persone alle quali il privilegio di voto (astensione consapevole -beninteso!- compresa) sembra non contare proprio nulla.
Cruciale perché dalla domanda è emersa l'esperienza personale di ciascuno di noi: parole di una madre che non riesce a concepire il bisogno di molte altre future madri di far valere il diritto ad un figlio 'a tutti i costi', riconoscendo però il diritto a codeste donne di esprimere una scelta, sia pur diversa dalla propria. Parole di un padre che si chiede se intorno al referendum proposto ci fosse stato ampio spazio di discussione sulla figura del padre, dal momento che il quesito sulla fecondazione eterologa non riguarda soltanto le madri. Parole di una donna ventottenne, atea, che rifiuta...l'eugenetica perché 'la perfezione non esiste'. Parole di un giovane chimico che rimembra gli effetti dannosi derivati dal referendum del 1987 sul nucleare. Tutte queste parole sono state costellate da parole di altre persone di nostra conoscenza o non, da noi riportate e riproposte per portare avanti il confronto di esperienze. Un'amica di una noi, malata di sclerosi multipla, voterà 4 NO, ricerca compresa. Un'altra persona, mia conoscente, con tetraparesi spastica, voterà SI. Ci si continuava a chiedere: chi ha ragione? chi sbaglia? chi è nel giusto? Non c'è risposta, e se doveva essercene una, alla fine, era solo quella individuale, personale.
Cruciale perché ci si è resi conto che la domanda di partenza non richiamava automaticamente la domanda, che dovrebbe essere (a mio parere) più pertinente al referendum, ossia: "Quale sarà la tua espressione di voto?". Questo proprio perché si è tanto parlato della legittimità o meno dell’astensione, al punto di arrivare letteralmente a trascurare la natura stessa dei 4 quesiti.
Solo arrivando a parlare nel merito del referendum, a trattare nello specifico quesito per quesito, sono sorte delle sorprese. Ci si aspettava magari 4 NO da qualcuno di noi, ed io credevo di essere l'unica ad astenermi. Pronostici poi disconfermati dalle finali rivelazioni di voto (e di non-voto) di ciascuno di noi. Alla fine, al di là dei pronostici, fra di noi ci sarà anche qualche SI, oltre a qualche NO, ed io non sono più l'unica ad astenermi.
Cruciale perché, sia pur diverse saranno le nostre opzioni di voto e differenti i nostri voti, abbiamo avuto la conferma che se si è consapevoli di una propria scelta (senza escludere l'importanza, ormai vitale, dell'informazione) possiamo dirci cittadini di un paese libero (anche se non sta andando proprio bene, considerando l’andazzo delle campagne elettorali prima del referendum e le diverse reazioni del momento).




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9 giugno 2005

Referendum: un SI.

Dopo un breve periodo di latinanza dal blog, mi preme dire ancora due (o 510) parole sul referendum.
Indubbiamente ho lasciato interdette o, perlopiù, perplesse alcune persone, siano esse più o meno vicine alle mie cerchie relazionali quotidiane. C'è chi mi ritiene indottrinata dalle più radicali convinzioni di chi è a sostegno dell'astensione (o dei 4 NO). Addirittura succube di qualche blogger, ai quali è nota la mia personale stima. Oppure, condizionata dal mio lavoro in un'ASL. Non li posso biasimare: credo sia nota a molti la mia immersione nei dubbi più che sulle certezze, tuttavia ci tengo a negare tutte queste congetture.
A due giorni dal referendum, riconfermo la mia posizione astensionista. A chi mi chiede le motivazioni della mia scelta (ancora una volta, e per tutte!, ribadisco: anche l'astensione è una scelta), rispondo punto per punto, accogliendo (e talvolta comprendendo) anche il parere contrario dell'altro. Forse sono l'unica della famiglia a favore dell'astensione. Eppure, almeno in seno alla mia famiglia, sono in grado di comprendere le loro motivazioni opposte alle mie. Magari potrò provarne a parlare prossimamente. Qui mi interessa cogliere alcune questioni, fra le più spinose, intorno al referendum.
Prendiamo i slogan, per esempio. Come posso dimostrare che le mie parole non sgorgano da diversi slogan (fra quelli che si leggono in giro, da entrambi le parti)? Le mie decisioni non sono sorte improvvisamente dal nulla (o dai slogan, che dir si voglia, a questo punto...) ma dal mio vissuto personale e collettivo. Certo, nelle mie quattro risposte al referendum non ci sono solo io, non c'è solo la vita mia. Riguarda tutti. Riguarda le donne che desiderano avere un figlio. Riguarda i malati. La speranza nel futuro della scienza. Gli embrioni. Già, gli embrioni. E' di colpo diventato uno slogan il solo esprimere la mia convinzione circa la quale l'embrione sia l'emblema della vita umana? Nel mio piccolo riconosco all'embrione la sua dignità. E sia, prendiamolo per slogan. Per ipocrisia. Ma anche se così non fosse, concediamo almeno al dubbio il diritto di esistere.
Altro spunto per la riflessione, se vi preme: la malattia (e quindi la ricerca). Parto da un esempio vissuto. Di recente, una persona, criticando la mia astensione, mi ha chiesto: «Se ci fosse una reale possibilità di trovare la "cura" (virgolette mie, poiché non la definierei proprio tale) alla sordità, con il tuo non-voto, hai già stroncato in partenza la possibilità stessa».
Ho fatto di tutto per non strumentalizzare la mia sordità, ma già ci ha pensato qualcun altro per me. Domanda quanto mai inappropriata. La ricerca sulle cellule staminali adulte sta offrendo risultati concreti, a differenza di quella sulle cellule embrionali (qualcuno mi può dimostrare il contrario?). Se un mio caro fosse gravemente malato, farei qualsiasi cosa e, forse d'istinto, chiederei di far fare una qualsiasi ricerca là dove ci fosse una velata possibilità di salvezza per il malato. D'istinto, quindi illusione.
In conclusione, temo l'eccessiva (possibile) liberalizzazione della legge se dovesse vincere il SI. Meno riflessioni, meno consapevolezza, meno sfide. A buon intenditor poche parole. O anche questo è uno slogan? (sono comunque a disposizione per una qualsiasi delucidazione sull’argomento).
Dunque, esprimo un SI al referendum. Con l'astensione.




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21 maggio 2005

Ma chi è che dice che Hobbes sia solo un animale di peluche?

Ecco, ci voleva un poster di Calvin&Hobbes in cucina. Sì, ci voleva proprio!

[Mi scusino, lorsignori, se il blog rimane ancora per un bel po’ improduttivo –o, se volete dirla in altri termini, in uno stato confusionale- e per l’assenza di commenti nella blogsfera. Mi scusino, lorsignori, ma è così e lo lascerei ancora così, fino a data da definirsi. Che potrebbe essere già domani, ad esempio]




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19 maggio 2005

Raccontiamoci una storia

Non c'era una volta -perché non c'è mai stata e mai ci sarà- un orco cattivo, un personaggio che in realtà - o nella finzione?- dovrebbe comparire solo dopo l'apparizione narrativa del protagonista buono. Ma questa è una storia diversa dalle altre, è una non-storia, senza capo né coda. Non ha moralismi alla fine; non ha nulla da insegnare, perché già vissuta e ancora da vivere e rivivere. Non esiste un ...e vissero felici e contenti. E' una storia che si nutre del durante, del momento, dell'attimo che può rivelarsi eterno finché siamo.
Chiamiamo orco l'insieme delle parole pensate e mai pensate, delle parole scritte o volanti. L'orco incorpora tutte le lettere di quelle parole che il protagonista buono (perché buono poi?) pensa o, semplicemente, assorbe. L'orco (cattivo) tiene prigioniere le parole: sta al protagonista buono farle librare in aria. E’ questa la (non)storia.
Ma!
Fra l'orco (perché cattivo poi?) e il protagonista (buono) c'è di mezzo il drago verde. E’ il fato, impersonato nel drago dalla bocca di fuoco, il quale, con le sue fiamme, sgretola le lettere appena spiccate in volo. Così il protagonista (buono) le deve ricomporre per poter dare un senso alla parola pensata o anche non pensata. Il drago non è né buono né cattivo: certe parole non andrebbero nemmeno pensate o dovrebbero essere subito dette senza essere pensate, elaborate, accarezzate od odiate, e tutto questo per il bene del protagonista (buono). Ahimé o per fortuna, il giudizio del bene/male e delle sfumature è ad esclusivo uso del protagonista stesso.
Eppure c'era una volta, sì, c'era una volta la Vita che irrompe nella non-storia del protagonista (buono) e dell'orco (cattivo). La Vita, con i suoi SI' e NO netti, mette in crisi il drago, trasformando, come per magia, i suoi denti in candele corte, cortissime e sempre accese ma perennemente sul procinto di spegnersi. Tutto è stato ribaltato: l'orco (cattivo) non sa più che farsene delle lettere imprigionate, il protagnista (buono) non sa più come liberarle, vertendosi sull'inutile scontro più che sull'utile confronto e il drago non è più in grado di afferrarle in aria. No, non c'era più una volta: c'è ed è adesso. Purché se ne parli. Con tutte le sue sfumature.






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16 maggio 2005

Un po' di...ossigeno all'Ispirazione

Avrei scritto tante cose, in questi giorni, se mi fosse stato possibile. Ne avrei scritte, eccome. Di tutti i colori. Complice è stata anche la mia testa che se ne sta(va) altrove. Altrove, in un vasel ch'ad ogni vento andava al voler mio, mio e solo mio. Verso il mio mondo, con il crescente disio, scusate, desiderio di esplorare persone, cose e posti, di indagare su ciò che frulla nella mia testa, quella testa che credevo smarrita ma poi ritrovata in una di quelle ampolle che popolano il mio mondo.
C'è pure quella color acqua, lì vicino, sprovvista di tappo: intorno alla fessura tante piccole nuvolette che si fanno spazio a gomitate pur di entrarvi per prime. E pensare che l'ultima volta che l'ho riposta era così piccola, grande giusto giusto un pollice, ed ora così grande e maestosa pare. Sta letteralmente sbollendo. Dai, lasciamola sbollire ancora per un po'. Poi vi dirò qualcosa su quell'ampolla che è la custodia dei miei pensieri sul referendum. Per ora mi affido ad E.


PS: La sottoscritta si scusa con il suo ego per aver smarrito, chissà dove, l'Ispirazione. Chi l'ha vista sia pregato di avvertire l'interessata.




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6 maggio 2005

Ma dove l'ho letto?

Poco importa, fatto sta che in un editoriale su di un sito giornalistico si discuteva delle ultime dichiarazioni di Siniscalco sull'Irap. Non entro nel merito dell'articolo, bensì in una frase che è pura espressione personale del (o della?) giornalista. Prima di arrivare al dunque, è doverosa una permessa: non ricordo né il nome del giornalista, né il titolo dell'articolo, né il giorno in cui è stato riportato, né tantomeno...dove. Insomma, non ricordo nulla di tutto questo (tanto era solo un articolo come un altro), ma quella frase lì, lì in mezzo, eccome, me la ricordo bene, molto bene. Ve la trascrivo, andando a memoria: «...anche i sordi e i ciechi (o viceversa) lo capirebbero».
Volevo riportare, in codesto post, il link dell'articolo in questione per una maggior trasparenza, ma...il Mago Google non è più in grado di rintracciarmelo.

A questo punto devo solo sperare di...
(mettere una croce su una delle due opzioni***)
1) aver letto male
2) avere una pessima memoria

Se, in alternativa, risulto ancora sana di mente, allora non mi resta che rivolgermi a voi tutti, miei cari lettori: se sarete in grado di battere Google, saprò a chi rivolgere il mio: "Ma tante grazie!" (e magari ci scapperà pure qualche bestemmia). 




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5 maggio 2005

Yom Ha-Shoah


Il mio Nonno l'ho visto solo in sogno.

Il mondo dei sogni era l'unico loro accessibile, solo se ne potevano avere il tempo.
Sogni di pagnotte anziché figli, di paia di scarpe ai piedi anziché aspirazioni per il futuro, di coperte calde anziché vissuti d'amore...
Un miracolo se si poteva pure sognare.
E per coloro che poterono rivedere l'alba, ci volle una sovrumana forza di volontà per poter ritornare a sognare.




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